I poteri speciali sulla privacy ai tempi del coronavirus

I poteri speciali sulla privacy ai tempi del coronavirus
Poteri speciali per il trattamento della privacy nell’emergenza coronavirus. Li prevede il decreto legge varato il 9 marzo dal governo per rafforzare il sistema sanitario nazionale di fronte all’escalation dell’epidemia da Sars-Cov-2. Secondo l’articolo 14 Protezione civile, ministero della Salute, Istituto superiore di sanità, ospedali e tutte le forze in campo per contenere il contagio e assistere i malati, possono raccogliere tutti i dati personali che ritengono necessari. Anche quelli inseriti nelle categorie più sensibili dal Regolamento europeo sulla privacy (Gdpr), tra cui dati biometrici e informazioni su condanne penali e reati.

Pur nel rispetto dei principi comunitari, la situazione di emergenza attiva una serie di deroghe. Per esempio, l’autorizzazione a trattare i dati può essere data anche a voce. E si può omettere l’informativa o fornire una semplificata. A mali estremi, estremi rimedi, è la ratio: in una situazione di emergenza nazionale, con le terapie intensive degli ospedali del Settentrione ormai al collasso e la necessità di monitorare la diffusione del coronavirus, il provvedimento allenta le briglie sui lasciapassare per utilizzare i dati e sulla condivisione di informazioni tra le forze in prima linea, dalla Protezione civile agli ospedali, dalle forze dell’ordine alle Regioni. La deroga decade con la fine dell’emergenza. A quel punto, prevede il decreto, la protezione della privacy dovrà rientrare dentro gli argini rafforzati dal Gdpr.

Situazione di emergenza
Quella approvata dal consiglio dei ministri era una misura attesa. Lo stesso regolamento europeo contempla un allentamento dei lacci “per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”. Una descrizione che calza a pennello con la diffusione del Covid-19.

Il 3 marzo lo stesso Garante per la privacy ha riconosciuto alle autorità un ruolo speciale nel trattare i dati. “La finalità di prevenzione dalla diffusione del Coronavirus deve infatti essere svolta da soggetti che istituzionalmente esercitano queste funzioni in modo qualificato”, la linea di Antonello Soro, che ha messo in guardia datori di lavoro e altre figure dall’avviare raccolte fai-da-te, chiedere autocertificazioni sui sintomi influenzali e sui contatti delle ultime settimane.

“Il decreto è una valvola di apertura per le autorità italiane a trattare i dati personali, anche di massima delicatezza, per tutto ciò che può servire a gestire l’emergenza”, commenta Luca Bolognini, presidente dell’Istituto italiano per la privacy, centro studi sulla valorizzazione dei dati. E aggiunge: “Una legislazione di questo tipo deve essere legata a un controllo di validità costituzionale, per esempio con un vaglio periodico stretto della Corte costituzionale, e con un meccanismo a tagliola che ne comporti la decadenza non appena termina l’emergenza”.

Cane da guardia
Il Garante della privacy sta monitorando gli sviluppi. Non c’è solo il trattamento dei dati sanitari sotto osservazione. Con lo spostamento d’urgenza di molte attività in rete, dalle lezioni alle udienze civili dei tribunali (su Skype for business e Teams, entrambi di Microsoft, come prevede il decreto del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, segnalato su Twitter dall’avvocato Enrico Ferraris) fino allo smart working, e l’aumento del flusso di altre, vedi alla voce ecommerce, l’autorità ha alzato la guardia su raccolta e uso delle informazioni.

D’altro canto, una ricerca commissionata dalla Regione Piemonte a Top-Ix (internet exchange di Torino), evidenzia come dal 24 febbraio, quando è scattata l’allerta coronavirus, l’uso di internet nel territorio è aumentato del 20% rispetto allo stesso periodo del 2019, con punter per Google (+45%), Facebook (+42%), Netflix e altre piattaforme di intrattenimento. Una situazione simile si riscontra anche a Milano.
FONTE:  WIRED.IT

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